Repressione di Stato: autorepressione [scritto di Nicole Vosper]

Segue la traduzione di uno scritto di Nicole Vosper, ex prigioniera SHAC:

REPRESSIONE DI STATO: AUTOREPRESSIONE

di Nicole Vosper

anarchy1loveRiflessioni sull’inatteso impatto emotivo del carcere e della repressione
dopo una condanna di 3 anni e mezzo

E’ stato solo 5 mesi dopo essere stata libera da tutte le restrizioni che mi sono concessa di sentire il danno che il sistema carcerario mi aveva fatto. La mia empatia era sempre presente per i/le mie/i amici/he e complici con cui avevo condiviso celle e sezioni. La mia solidarietà con tutti gli individui imprigionati, umani e non-umani, era chiarissima e la portavo in ogni cellula del mio corpo.
Ma cosa dire di me stessa? Non pensavo che la repressione avesse avuto un grande effetto, almeno per quanto riguarda ciò che lo Stato desiderava. Le mie idee politiche ne erano uscite rafforzate, mi sentivo ancora più risoluta e non avevo alcuna paura nell’organizzare azioni, incontri e discussioni radicali senza timore delle conseguenze o di finire dentro di nuovo.
Mi sono rapportata con distacco agli ultimi 5 anni e 5 mesi di libertà condizionale, prigione e restrizioni. La sua logica razionale aveva perfettamente senso – lo Stato voleva mantenere me, i/le mie/i coimputati/e impossibilitati/e ad agire il più a lungo possibile, e utilizzava una miscela sapiente di restrizioni repressive (il divieto di partecipare a campagne animaliste o di avere a che fare con attivistx), ritardi intenzionali nel fissare le udienze, controllo all’interno del sistema carcerario sui miei rapporti con i/le mie/i coimputati/e, e il regime repressivo generale, seguito da 21 mesi di misure restrittive che mi hanno mantenuto davvero isolata dal movimento in cui ero cresciuta, e in pratica controllata attraverso la paura di essere rimessa in carcere. I cinque anni di ASBO [1] sono stati la ciliegina sulla torta per assicurarsi che non potessi tornare a prendere parte a SHAC o ad altre campagne antivivisezioniste in tempi brevi.
In questo articolo però non voglio focalizzarmi su queste connotazioni politiche, voglio parlare degli effetti emotivi di tutto questo, qualcosa di cui raramente si parla nei contesti pieni di machismo e baldanza delle lotte sociali.

Autocensura

Una delle cose principali di cui mi sono resa conto quando sono terminate le restrizioni era quanto avevo censurato me stessa nel corso di questa esperienza, nel senso di come ero riuscita a gestire perfettamente cosa rivelavo a chi, perchè e quando. Ai nonni raccontavo che la prigione era stata “un periodo perfetto per concentrarmi sugli studi”, in questo modo calmavo le loro ansie e preoccupazioni sull’impatto che il carcere poteva avere avuto su di me. Per i/le compagne/i era “l’isola di Lesbos piena di donne queer singles con cui farsi una risata”. Al movimento di liberazione animale dicevo che era qualcosa che ero riuscita a sopportare con grande facilità, così che altrx non avessero paura di intraprendere l’azione diretta per la liberazione animale. Al giudice di sorveglianza dicevo il minimo necessario per superare l’incombenza.
Per le persone che mi erano veramente vicine, che mi conoscevano sia dentro che fuori e mi avevano supportato mentre ero in carcere, la mia risposta era principalmente il silenzio, forse solo una strana piega espressiva verso il basso nel contesto di una faccia impassibile. Ad ogni visita in carcere mi sentivo come se avessi un rospo in gola che mi impediva di esprimere cosa succedeva dentro di me. E così attraverso la violenza dello Stato, effettivamente ci si chiude dentro di sé e si blocca l’espressione della propria rabbia, paura, dolore, disperazione o di qualuque cosa si senta in quel momento.

Una strana dinamica di potere si instaura tra te e le persone che ti stanno supportando. Vista la separazione fisica, hai la capacità di far loro sapere poco o tanto, a tuo piacimento, di come ti senti. Puoi scegliere di chiamarle solo nei giorni in cui stai bene, puoi scegliere cosa scrivere, puoi scegliere di morderti la lingua durante le visite, e per fortuna sei brava a nascondere come ti senti ad ogni singola persona che incontri. Non avrei mai voluto che i secondini avessero ancora più potere su di me di quanto già ne avevano, per l’intera durata della detenzione mi sono promessa che non mi avrebbero mai vista piangere o avere ripercussioni emotive come risultato delle loro azioni. Questo ha senso per quanto riguarda la tua sopravvivenza quando sei dentro, ma quando sei fuori? Che effetti continuano ad avere su di te questi schemi di autocensura?

Cestinare la fiducia e rigettare l’amore: la repressione nelle relazioni

E’ già abbastanza difficile avere relazioni sane nella nostra cultura insana, e sicuramente la morsa dell’autorepressione viene stretta ancora di più dall’azione dello Stato.
Un’intera miriade di paure, domande e preoccupazioni comincia ad influenzare le relazioni, per esempio non volersi impegnare in relazioni serie a lungo termine per paura di poter tornare in prigione, che il tuo/la tua compagnx ti lasci prima/durante il carcere, ti tradisca mentre sei dentro (anche se sei in una relazione poliamorosa, non c’è esattamente un giusto equilibrio di potere). Paura che forniscano informazioni su di te alla polizia. Paura che rimangano feriti/e dall’esperienza, che non riescano a farci i conti, che trovino traumatizzanti le perquisizioni, che si sentano depressi/e o mettano in atto comportamenti autolesionisti per gestire lo stress ecc.
O lo scenario del/la tua/o partner che va in carcere e la tua paura di non essere in grado di starle/gli accanto nel lungo termine, di deludere quella persona, o che unx di voi due potrebbe cambiare e che vi separerete. Che si faccia del male in carcere/abbia brutte esperienze e ti prendi la colpa a seconda delle tue esperienze di gestione delle relazioni di potere. Che ti tradisca in carcere. Che ti respinga perchè non vuole che tu debba affrontare l’esperienza di supportarlo/a. Che il tuo continuare ad essere attiva politicamente possa influire sulla sua libertà, per es. sulla possibilità di uscire in libertà condizionale, con restrizioni che limiteranno entrambi, la sua accresciuta paura della repressione.
Quello che voglio dire è che una volta che la prigione diventa parte della nostra vita, cominciamo ad applicare alle relazioni tutta una nuova serie di filtri basati sulla paura, e ancora una volta lo Stato sta riuscendo nel tentativo di isolarci socialmente e indebolirci.
Cercare di spiegare la realtà delle restrizioni, in cui ti è vietato obiettivamente di vedere il 99% delle persone che ami, è davvero difficile. Solo ora sto lentamente elaborando questa esperienza. So di non essere l’unica a cui è impedito vedere la persona di cui era innamorata. Come ero solita dire in prigione, possono metterti su un’isola tropicale, con tutti i tuoi cd e il tuo cibo preferiti, ma se non puoi amare le persone che ami come potresti mai sentirti libera? Ci si sente come se lo Stato avesse rubato quella relazione, e senza dubbio questo giocherà un ruolo nelle relazioni future.
Queste paure non riguardano solo le relazioni intime, ovviamente anche la tua fiducia nelle persone o nei gruppi con cui collaboravi può cambiare. Potresti tornare in un movimento 5 anni dopo e scoprire che la maggior parte delle persone coinvolte, delle campagne e delle strategie sono cambiate. E’ come una strana deformazione temporale in cui ci si sente come se tutto e niente fosse cambiato.

Spogliarsi della propria identità e reprimere il proprio senso di sé

Lo Stato sa che c’è potere nella solidarietà, nella complicità tra compagnx, in una cultura condivisa di resistenza. La prigione cerca sistematicamente di spogliarti di questo. Questo può voler dire censurare le pubblicazioni, l’accesso ai libri e al materiale dal contenuto radicale. In totale mi è stato concesso di ricevere solo otto cd, perchè mi hanno detto che la mia musica è troppo politica. Le recenti restrizioni che mi vietavano di comunicare con chiunque si occupasse di animali sono un chiaro tentativo di isolare socialmente una persona e di allontanarla dalla sua comunità, uno strumento che lo Stato usa da tempo immemore.
Senza solidarietà, vincerebbero.
Ecco perchè il lavoro di supporto ai/le prigionierx è così importante.
Negli ambienti anarchici o comunisti, almeno per quella che è la mia esperienza, la tua identità comincia a essere messa in relazione con quello che fai, più che con quello che sei in tutta la tua caotica imperfezione. Il tuo senso di autostima poggia pesantemente su quello che riesci a portare a termine, che siano una pubblicazione o una liberazione. Per cui quando finisci in carcere, devi passare attraverso un’esperienza di autoconferma completamente nuova. Non puoi essere attiva/o come prima. La maggior parte di noi finirà per organizzare o creare agitazione in carcere in un modo o nell’altro, ma i tuoi livelli di attività sono molto inferiori rispetto a fuori, e una parte maggiore della tua vita è dedicata a sopravvivere e non farti schiacciare dal regime carcerario.

Gli effetti emozionali dell’“assenza”

Quando si è in libertà condizionale o sotto restrizioni, si ha la sensazione di essere praticamente scomparsi/e. A meno che tu non veda le persone clandestinamente, che in sé è qualcosa di già abbastanza stressante, non vieni presa/o in considerazione. Il movimento va avanti per la sua strada e le persone impegnate tornano sempre più ai loro impegni.  Si è lasciati a navigare nelle acque torbide della vita pre-carcere e post-carcere, sei tutt’altro che visibile fino a che non entri a far parte di una lista prigionieri e allora improvvisamente le persone pensano valga la pena dedicarti del tempo.
Una volta che sei fuori, e potenzialmente libera/o da restrizioni e in grado di poter parlare delle tue esperienze, ti senti posto/a di fronte a un ambiente che intimidisce e a un labirinto di confusione su cosa rivelare di te. Quando incontri persone nuove puoi ritrovarti a chiederti: sanno chi sono? Cosa pensano della campagna (o azione ecc.) in cui ero coinvolta/o? Hanno letto le mie lettere sui bollettini di supporto ai/le prigionierx? Questo può essere problematico in entrambi i sensi, cioè sia che non siano d’accordo con le tue azioni/siano a disagio/intimiditi da te… o che pensino che è davvero “figo” che sei stata dentro e ti considerano una specie di status symbol/eroe che è figo conoscere. Entrambe le situazioni sono pessime a livello personale quando tutto quello che vorresti è essere accettata/o per quello che sei.
Non vuoi parlare del carcere perché non vuoi che chiunque sappia la storia della tua vita, ma nemmeno vuoi buttare lì la cosa così come se fosse una specie di distintivo anarchico. Allo stesso tempo è difficile sapere di cosa parlare in alternativa. Quando ero appena uscita, avevo trascorso quasi due anni della mia vita in quel posto, ed erano lì le persone che avevo conosciuto e tutte le storie divertenti che potevo raccontare. Quella è la mia storia e non voglio dimenticarla o fingere che non sia accaduto. Mi sono trovata a parlare di concerti hardcore a cui ero stata 4 anni prima perché ero da così tanto tempo fuori dalla scena, o di band che si erano sciolte mentre ero in carcere e io, in maniera imbarazzante, nemmeno lo sapevo. Quindi è quello strano periodo della tua vita di cui ti chiedi se ne stai parlando troppo o troppo poco.
Le persone si fanno scrupoli a fare domande, quindi cominci a vivere una specie di dissociazione da quanto è successo, si crea un blocco. Se condividi un aneddoto sul carcere, si innesca subito la domanda sul tuo passato, e invece di dare un valore alla tua vita/storia, hai paura di diventare unx di quegli/lle “attivistx” che vivono della reputazione del loro tempo trascorso in carcere. Per quanto riguarda le cose veramente pesanti che hai vissuto o che hai visto, non hai il desiderio di passare ad altrx questo fardello di dolore, per paura di essere dipinta come una persona ‘pesante’.
Tutto questo diventa emotivamente abbastanza stressante nel momento in cui decifri continuamente cosa rivelare e cosa invece reprimere o lasciar perdere.

Resistere alla repressione

Se finisci in carcere, o supporti qualcunx che ci è finito, senza dubbi uscirai influenzatx e cambiatx da questa esperienza.
Il mio suggerimento per chi esce dal carcere e si trova a fronte a una o più paure, sfide e schemi di autorepressione tra quelli che ho descritto, è di trovare un qualche tipo di spazio sicuro in cui parlare dei tuoi sentimenti, che sia un aiuto professionale o un amico/a strettx di cui ti puoi davvero fidare. Cerca di creare uno spazio in cui non sminuirai quello che hai visto e provato, in cui non sarai messx in ombra dal machismo o dagli stereotipi degli ambienti politici, e in cui non sarai giudicatx dagli/le amici/he o dai/le partners attuali o ex, nel momento in cui stai cercando di elaborare le cose.
La cosa ironica dell’autorepressione attraverso la repressione di Stato, della paura accresciuta delle relazioni e dell’intimità è che se c’è qualcosa che si impara in carcere è che abbiamo bisogno degli/le altrx. Abbiamo bisogno di amore, di amicizia, di intimità, di piacere e di affetto più di quanto possiamo immaginare. A livello di movimento significa che abbiamo bisogno di aiuto reciproco, cioè reti di solidarietà, creare relazioni… rifiuto che il sistema carcerario e il suo rapporto con la repressione di Stato incatenino oltre il mio cuore.
Più passano i mesi da quando ho varcato quei cancelli di uscita, più so di stare reimparando il gusto della libertà. Il gusto dell’amore, la gioia di incontrare qualcunx di cui sai di stare per innamorarti follemente. Ho ancora paura? E’ ovvio. Ho paura che mi abbandoneranno il giorno in cui Babilonia mi avrà tra le sue grinfie un’altra volta? Certamente. Ma sentire la paura e conoscere i rischi e agire lo stesso è ciò che per me significa lotta rivoluzionaria.
Quello che immagino di voler dire con ciò è: continuate a esprimere voi stessx, continuate ad amare se vi fate male, sì, farà male, e sì, in prigione farà male mille volte di più, ma il solo modo di rimarginare le ferite è attraverso le relazioni – con voi stessx, con i/le vostrx amici/he, con le persone – nuove e vecchie – che amate. Perché nel momento in cui smetti di sentire, smetti di amare e cominci a disumanizzare te stessx e gli/le altrx, allora hanno davvero vinto. Questa non è solo una guerra per i nostri obiettivi politici, è anche una guerra per i nostri cuori, e l’unica cosa che mi sento di dire è: continuiamo a farli battere.

NOTE:

[1] ASBO: Anti-Social Behaviour Order. Si tratta di una misura predisposta dal governo inglese che comporta diverse restrizioni come il divieto di frequentare alcuni posti o tipi di persone (per es. pregiudicate o collegate a una certa area politica).

Articolo tratto da “On the Out – Zine about life after prison”
prodotta da ABC Bristol: http://bristolabc.wordpress.com/

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Comunicato di conclusione della campagna SHAC

Traduzione dall’inglese del comunicato di conclusione della campagna SHAC.

La campagna SHAC finisce
Abbiamo fatto la storia … Il futuro è nostro.

SHAC (Stop Huntingdon Animal Cruelty) è stata la campagna di base per la liberazione animale più   estesa ed efficace che il movimento abbia conosciuto. Da quando è iniziata, migliaia di persone in tutto il mondo hanno preso parte alla lotta per chiudere il più grande laboratorio di sperimentazione su animali in Europa: HLS (Huntingdon Life Sciences).
Numerose investigazioni sotto copertura hanno svelato gli orrori che avvengono all’interno di questo laboratorio – animali avvelenati, primati sezionati senza anestesia, cuccioli di cane presi a pugni sul muso. HLS è divenuto sinonimo di crudeltà e morte.
Negli ultimi dieci anni numerosi individui senza timore, mossi da compassione, si sono uniti a SHAC ed hanno dedicato le proprie energie a salvare questi animali. Ognuno /a di noi ha giocato la propria parte in questa campagna rivoluzionaria. Attraverso la determinazione, la rabbia e l’utilizzo di strategie innovative abbiamo decimato le finanze e la reputazione del colosso multinazionale della vivisezione HLS. Con dedizione ed intelligenza abbiamo scoperto di volta in volta le aziende che hanno lavorato o finanziato HLS ed abbiamo fatto di loro un obbiettivo. Il risultato ottenuto sono state centinaia di aziende che si sono rifiutate di fare affari con il laboratorio, tra di esse alcune delle più grandi e potenti istituzioni finanziarie del mondo.
Huntingon Life Sciences è divenuto il laboratorio di vivisezione più protestato nella storia. Migliaia di azioni si sono verificate contro di esso – in un solo anno quasi 800 proteste hanno avuto luogo contro clienti o fornitori.
Accanto alle proteste legali svolte da attivisti /e di SHAC, ci sono state anche numerose azioni dell’ ALF che senza sosta hanno continuato a colpire chi faceva affari con HLS. Persone determinate e coraggiose hanno deciso di andare oltre la legge e portare avanti azioni dirette per gli animali. Tra gli altri esempi possiamo ricordare i 129 conigli liberati dal fornitore di Huntingdon  ‘Highgate Rabbit Farm’. O la liberazione di 14 cani beagle da una delle sedi di HLS in Nord America, o il sabotaggio di una barca di proprietà di un top manager della Bank Of America, affondata dall’ALF con un messaggio ben chiaro “il denaro non significa nulla – la vita significa tutto”. Questi sono solo alcuni esempi delle centinaia di iniziative che hanno avuto luogo nel corso della storia della campagna. Senza la volontà e la creatività di queste persone, tutti quei conigli e quei cani sarebbero stati uccisi in esperimenti inutili e la Bank Of America sarebbe sicuramente ancora tra i finanziatori di HLS.
E’ proprio grazie a questa innovativa combinazione di campagna di protesta legale portata avanti da SHAC e l’utilizzo di tattiche altamente efficaci da parte dell’ ALF che la campagna contro Huntingdon Life Sciences ha avuto questo successo.
In questo momento HLS opera con oltre 100 milioni di sterline in debito, lotta costantemente per ottenere, o mantenere, la propria clientela ed i profitti sono in costante diminuzione anno dopo anno, una situazione di perenne rischio di fallimento. L’unica ragione per cui è ancora aperto è a causa del supporto ricevuto da parte del governo del Regno Unito.

A causa dei massicci interessi da parte delle industrie farmaceutiche e da parte dell’industria della sperimentazione, vedendo l’effetto che il movimento antivivisezionista stava avendo su HLS, il governo britannico è intervenuto direttamente, salvando il laboratorio dalla bancarotta con un prestito di diversi milioni di sterline, e fornendo loro copertura bancaria ed assicurativa.
Al contempo le autorità hanno iniziato ad organizzare la repressione contro attivisti /e di SHAC e sono iniziate le provocazioni, le perquisizioni, gli arresti. Dal 2007 decine di persone sono state arrestate, in alcuni casi ricevendo lunghe pene detentive sino ad 11 anni. Inoltre, sono state disposte condizioni di cauzione e di licenza post rilascio estreme, con la chiara intenzione di zittire ogni forma di dissenso contro la sperimentazione animale ed isolare le persone dal resto del movimento.
SHAC non stava più combattendo solo HLS: stavamo lottando contro il governo – un nemico molto più grande e potente.
Nonostante questo SHAC ha continuato a resistere alla repressione e la campagna è andata avanti, lottando per quei 70mila animali rinchiusi dietro a metri recinzioni e filo spinato.
Ma dopo oltre 10 anni di campagna e dopo aver scosso, per diverse volte, le fondamenta dell’intera industria della vivisezione, la nostra forma di opposizione si deve evolvere. Le dinamiche di sfruttamento degli animali, così come le strategie legali utilizzate dalle autorità, a livello globale sono cambiate ed è quindi il momento di cambiare anche le nostre tattiche.
Con la costante repressione da parte del governo verso chi lotta per gli animali in Inghilterra, è il momento di riesaminare i nostri metodi, comprendere quali ostacoli abbiamo di fronte, trovare le debolezze dell’avversario, per costituire una rete solidale per gli/le attivisti /e colpite ed iniziare a ricostruire il movimento dopo gli effetti che la repressione ha avuto.
Anche se stiamo annunciando la fine della campagna SHAC, essa sarà sempre una parte importante della nostra storia ed un richiamo alla ingegnosità e la potenza del movimento per i diritti animali.
SHAC continuerà ad ispirare attivisti /e in tutto il mondo ad unirsi alla lotta contro la vivisezione ed a considerare direttamente responsabili coloro che traggono profitto dall’abuso e dallo sfruttamento degli animali.
Sono le nostre abilità, la capacità di mettere a fuoco  e sviluppare le nostre tattiche nei modi più efficaci, che continueranno a renderci una minaccia per le industrie dello sfruttamento animale.
Con il fuoco della liberazione e della giustizia che brucia nei nostri cuori, ora guardiamo al futuro.
La domanda che al momento tutti /e dovremmo porci è …

Che cosa abbiamo intenzione di fare ora?

SHAC /Stop Huntingdon Animal Cruelty
www.shac.net

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SHAC – Sentenze SOCPA7 e aggiornamenti su Debbie

SOCPA-7-Court-Photo-300x213Il 10 ottobre in un tribunale di Londra è stata emanata la sentenza dei/delle SOCPA7, attivistx della campagna SHAC colpevolx di aver preso parte a dei presidi contro dei clienti e fornitori di Huntingdon Life Sciences nel 2011 e nel 2012.
Nel 2005 con il preciso tentativo di fermare la campagne di proteste e di pressione contro questo laboratorio, il governo inglese ha emanato due nuove leggi: SOCPA 145 e 146, parte del più ampio ‘Serious Organised Crime and Police Act’.
Nel 2012 e nel 2013 sette diverse persone sono state arrestate ed incriminate grazie alle leggi SOCPA, le accuse riguardano 23 proteste contro clienti e fornitori del laboratorio e 2 azioni dirette.
Unx di questx sette attivistx è Debbie Vincent, che attualmente sta già scontando una pena di 6 anni di carcere (nel caso conosciuto come “Blackmail3”) per aver portato avanti la campagna SHAC in un periodo in cui la repressione aveva già colpito ripetutamente gli/le attivisti antivivisezionisti in Inghilterra.

Le sentenze del 10 ottobre sono le seguenti:

Debbie: 12 mesi di carcere da scontare contemporaneamente alla pena che sta scontando attualmente per il caso Blackmail3.

Lorna: 12 mesi di carcere con pena sospesa di 2 anni e 500 sterline di spese processuali.

Emma: 6 settimane di carcere con pena sospesa di 12 mesi, 500 sterline di spese processuali e una multa di 500 sterline.

Emily: “assoluzione condizionale” per 18 mesi. Non è condannata ma sarà assolta totalmente dopo 18 mesi se rispetterà determinate condizioni. 500 sterline di spese processuali e 500 sterline di multa.

Alexis: 500 sterline di spese processuali e multa di 500 sterline.

Anton: 6 settimane di carcere con la condizionale di 12 mesi. 500 sterline di spese processuali e 500 sterline di multa.

In definitiva nessunx degli/le attivistx a processo andrà in carcere, a meno che non vengano condannatx per altri reati durante il tempo di “sospensione della pena”, nel qual caso dovranno scontare anche la condanna di questo processo. I 12 mesi a cui è stata condannata Debbie sono stati inclusi nei 6 anni che già sta scontando in carcere per il caso “Blackmail3″.

Alcuni aggiornamenti sulla situazione attuale di Debbie

Il suo indirizzo aggiornato è

Debbie Vincent A5819DE,
HMP Holloway, Parkhurst road,
London,N7 ONU – UK

Nel carcere in cui si trova ora le guardie la trattano particolarmente male e le è stato vietato accedere alla biblioteca e alle altre attività di studio. Questo si somma al fatto che non può ricevere libri dall’esterno, ed è rinchiusa in cella 20 ore al giorno. Probabilmente verrà spostata in un altro carcere presto. Scriviamole per farle sentire che non è sola!

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Riparte Shac Made History / Shac Made History Reloaded

logo_blackmail3Circa un anno fa usciva il progetto ‘Shac Made History’, un contributo finalizzato a generare consapevolezza riguardo a quella che tutt’ora resta una delle piu’ significative campagne per la liberazione animale, la campagna SHAC, ed alla sua storia.

Un progetto che voleva, sopratttutto, riuscire a ribadire l’importanza fondamentale della solidarietà attiva come parte essenziale di ogni percorso di lotta, riaffermando la necessita’ di un supporto efficace ed organizzato a coloro che, nel corso degli ultimi anni, hanno pagato direttamente il prezzo dei successi che la campagna ha ottenuto con anni di carcere e pesanti restrizioni.

A distanza di qualche tempo dalla pubblicazione e considerando alcuni fattori, primo tra i quali il fatto che la repressione contro chi ha fatto parte della campagna, purtroppo, e’ ben lontana dal potersi considerare conclusa, alcune delle persone che hanno contribuito al progetto ha deciso di ripartire dal lavoro fatto per dare un seguito a ‘ Shac Made History’.

Una versione aggiornata dell’opuscolo, con aggiornamenti relativi ai recenti sviluppi nei casi ‘Blackmail 3′ e ‘SOCPA 7′

e’ stata pubblicata. Il blog iniziera’ ad essere aggiornato regolarmente con notizie riguardo ai processi in corso, traduzioni di lettere e messaggi dei*lle compagn* in carcere, comunicazioni provenienti dalle campagne di supporto in Inghilterra.

Abbiamo creato una Newsletter dedicata, alla quale e’ possibile iscriversi inviandoci una mail a shacmadehistory@inventati.org, attraverso la quale verranno diffuse le informazioni.

Il progetto è aperto ai contributi di tutti /e: chi ha voglia di aiutarci diffondendo l’opuscolo, organizzando serate informative o altre iniziative non ha che da contattarci alla mail sopra indicata.

Solidarietà e supporto a chi è stato colpito /a dalla repressione per non essersi rassegnato /a ed aver continuato a lottare. La solidarietà resta la nostra migliore arma!

‘Shac Made History’

shacmadehistory@inventati.org

shacmadehistory.noblogs.org

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Almost one year ago the ‘Shac Made History’ project has been published. A contribution aimed mainly to raise awareness about one of the most meaningful animal liberation campaigns, the SHAC campaign, and about its history.

A project that wanted, first of all, to reinstate the fundamental importance of active solidarity as an essential part of every struggle, reaffirming the necessity of an effective and organized support to those who throughout all these years payed directly the price of the successes that the campaign obtained with years of imprisonment and heavy restrictions.

Some time after the publication has been released and considering some factors, first of which the fact that repression against those involved in the campaign is unfortunately far from being over, some of the people that worked on this project decided to start again from what has been done, to give a follow up to ‘Shac Made History’.

A version of the booklet with updates concerning the recent developments in the ‘Blackmail 3′ and ‘SOCPA 7′ cases has been published. The blog will be regularly updated with news about the ongoing trials, translations of the letters and the messages from imprisoned comrades and communications coming from the support campaigns in England.logo_socpa7

We created a Newsletter: it’s possible to subscribe to it sending us an email to shacmadehistory@inventati.org, we’ll use to spread infos and action alerts.

The project is open to the contributions of everybody: if you want to spread the booklet around, organize info nights or other actions please get in touch.

Solidarity and support to those who have been hit by repression because they did not give in and kept on fighting. Solidarity is still our best weapon!

‘Shac Made History’

shacmadehistory@inventati.org

shacmadehistory.noblogs.org

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Shac: una campagna che ha fatto la storia / Shac : a campaign that made history

 

shac_disegno1La campagna Stop Huntingdon Animal Cruelty, con i suoi punti di forza e i suoi limiti, ha segnato il movimento di liberazione animale internazionale.

L’autorità, a braccetto con gli sfruttatori di animali, ha reagito arrestando, processando, mettendo sotto sorveglianza chi ha lottato per la chiusura di Huntingdon Life Sciences, il più grande laboratorio di vivisezione d’Europa.

Convinte/i che la forza di un movimento si misuri dalla capacità di supportare chi viene colpita-o dalla repressione, questo testo vuole essere un contributo a riflettere sulla nostra storia, per la crescita del movimento per la liberazione animale

 La solidarietà è un’arma, usiamola!

Per la liberazione animale, umana e della terra.

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The campaign Stop Huntingdon Animal Cruelty, with its strong points and its limits, had a huge impact on the international animal liberation movement.

The State, hand in hand with animal exploiters, reacted by arresting, persecuting and putting under surveillance those who fought for the closing of Huntingdon Life Sciences, the biggest vivisection laboratory in Europe.

We believe that the strength of a movement lies in the support given to the ones hit by repression; this text wants to be a reflection on our history, for the growth of the animal liberation movement.

Solidarity is our weapon, let’s use it!

For animal, humyn and earth liberation!

 

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